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Gravisca
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mwdwGravisca (oggi nota anche come mweaPorto Clementinocite-ref-1[1]) è un'area archeologica situata nel comune di mwfqTarquinia, in mwfgprovincia di Viterbo, nel mwfwLazio. Gravisca, nota in mwgalingua latina anche come mwgqGrauisca, o mwggGraviscae, fu un fiorente porto mwgwetrusco, legato ai commerci con il Mediterraneo orientale; dopo la conquista romana, divenne una colonia marittima vitale fino alla distruzione, durante le mwhainvasioni barbariche del mwhqV secolo.
Contents
• Storia
• Note
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Storia
Le prime tracce di insediamento umano nell'area di mwiqGravisca sono databili al mwigVI secolo a.C., periodo in cui sorse nella zona il porto etrusco dell'importante città di mwiwTarquinia, situata alcuni chilometri nell'entroterra.cite-ref-nota1-2-0[2]cite-ref-3[3] Probabilmente in questo periodo venne fondato un santuario emporico greco, notevole centro religioso internazionale dedicato a tre divinità femminili: mwlaEra, mwlqAfrodite e mwlgDemetra.cite-ref-nota1-2-1[2] Il santuario rimase attivo fino alla conquista romana dell'mwmwEtruria meridionale, avvenuta attorno al mwna281 a.C.
(latino)
«Colonia Grauiscae eo anno deducta est in agrum Etruscum, de Tarquiniensibus quondam captum.»
(italiano)
«La colonia di
Gravisca
fu fondata in quell'anno nella campagna etrusca, quella tolta ai Tarquiniensi.»
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XL, 29.)
Nel mwvq408 i mwvgVisigoti di mwvwAlarico in transito lungo la costa misero a sacco la colonia, che da allora andò spopolandosi definitivamente.cite-ref-nota1-2-4[2]cite-ref-nota2-4-3[4] A questo periodo risale il tesoretto di 147 mwyasolidi aurei, risalenti ai regni di mwyqValentiniano I, mwygValentiniano II, Onorio, Arcadio e Teodosiocite-ref-nota2-4-4[4], rinvenuti nascosti nel cortile di una mwzwdomus patrizia.cite-ref-nota1-2-5[2] mwbaClaudio Rutilio Namaziano, nel mwbqDe reditu suo, da una descrizione di mwbgGravisca come si presentava dopo il sacco visigoto, verso la metà del mwbwV secolocite-ref-6[6]:
(latino)
«Inde Graviscarum fastigia rara videmus,
quas premit aestivae saepe paludis odor;
sed nemorosa viret densis vicinia lucis
pineaque extremis fluctuat umbra fretis.»
(italiano)
«Quindi vediamo le rare rovine di
Gravisca
,
il sentore della palude estiva spesso opprime quelle;
ma verdeggiano i boschi vicini di luce densa
e l'ombra dei pini si muove sulle ultime onde.»
(Claudio Rutilio Namaziano, De reditu suo, libro I vv. 281-284.)
Nel mwdg1449, e poi nel mwdw1461, presso l'antica mweaGravisca venne riaperto un porto, distrutto dalla flotta napoletana nel mweq1481 durante la guerra tra mwegpapa Sisto IV e mwewFerrante d'Aragona.cite-ref-nota1-2-6[2] Il mwgaporto di Corneto venne nuovamente fondato da mwgqpapa Clemente XII nel mwgg1738cite-ref-nota2-4-5[4], tanto che prese nome di mwhwPorto Clementino; ulteriori lavori furono promossi da mwiapapa Benedetto XIV.cite-ref-nota1-2-7[2] Il porto di mwjqTarquinia venne definitivamente distrutto dall'esercito tedesco durante la mwjgseconda guerra mondiale.
Resti archeologici
La scoperta più importante è stata quella del santuario emporico greco. Questo santuario venne fondato tra il mwmq600 a.C. ed il mwmg580 a.C. e assunse in breve le funzioni di mwmwmwnaemporion, ovvero di centro di scambi commerciali con funzioni anche religiose.cite-ref-nota1-2-8[2] Vi erano venerate mwoqEra, mwogAfrodite e mwowDemetra nei loro equivalenti etruschi: rispettivamente mwpaUra, mwpqVei e mwpgTura.cite-ref-nota2-4-7[4] La struttura originaria del santuario era a pianta quadrata delle dimensioni di 25 x 25 metricite-ref-nota3-7-0[7]; solo tra il mwrw480 a.C. ed il mwsa470 a.C. il santuario venne ampliato e trasformato con una struttura rettangolare di 27 x 15 metri, anticipata da una piazza.cite-ref-nota3-7-1[7] Tra i reperti maggiormente significativi rinvenuti nel santuario, c'è sicuramente il mwtqkantharos di Exechias, pregevole ceramica attica del mwtgVI secolo a.C.cite-ref-nota3-7-2[7], assieme ad una dedica ad mwuwApollo Egineta fatta dal mercante Sostratos di mwvaEgina, che testimonia quanto i contatti con il Mediterraneo orientale e con il mondo greco fossero vivi.cite-ref-nota3-7-3[7]cite-ref-nota2-4-8[4]
Oltre alle numerose ceramiche attiche rinvenute presso il santuario, è stata rinvenuta una mwxgdomus patrizia di età imperiale, dotata di piccolo impianto termalecite-ref-nota1-2-9[2], presso il cui cortile è stato trovato il tesoretto di 147 mwywsolidi del mwzaV secolocite-ref-nota1-2-10[2]cite-ref-nota2-4-9[4], nascosti durante le invasioni barbariche.
Il santuario e le feste di Adone
mw1wAdone (mitologia) deriva dal termine semitico "dn" (Signore) ed è mw2aEsiodo il primo che lo ricorda come testimone dei remoti ambienti fenici. Secondo la leggenda Teia, re di Siria, offese mw2qAfrodite giudicando sua figlia Mirra più bella della dea. Afrodite, offesa, scagliò una maledizione contro la giovane che si innamorò del padre, riuscendo con l'inganno ad avere rapporti sessuali. Teia, una volta accortosi del tradimento, inseguì Mirra per ucciderla, ma questa fu trasformata in mirra, dalla quale nacque Adone. Il giovane aveva un tale fascino da stregare anche Afrodite che, preoccupata per l'incolumità dell'amato, lo mandò da mw2gPersefone. Quando però giunse il momento di restituirlo, Persefone lo volle tenere per sé. Nacque così una disputa fra le due dee, messe a tacere dal giudizio di mw2wZeus, ordinando al ragazzo di passare un terzo dell'anno (estate)con Afrodite, un terzo (inverno) con Persefone ed il restante con una persona a sua scelta.
Del dio molte sono le raffigurazioni dell'atto amoroso con Afrodite, più rare le monete, mentre unica è la raffigurazione fittile di mw3qTuscania: Adone morente. Le feste in onore di Adone (mw3wmw4aAdonie) si celebravano il 23 luglio, nei giorni della canicola, e si suddividevano in tre parti: nascita del dio, ierogamia con Afrodite e morte di Adone. Costante è la presenza nelle pitture vascolari della scala, che sta a sottolineare la salita del giovane alla stanza della dea, dove si sarebbe consumata l'unione tra i due. Di particolare importanza erano anche i κήποι, "giardini di Adone" che venivano prima posti sulla stoà e poi scaraventati in mare insieme all'effigie del dio, seguiti da lamenti funebri (Ἀδωνιασμός), causati dalla sofferenza per la perdita del giovane. Gli spazi in cui prendevano forma le Adonie (tra il IV-V secolo a.C.) sono tre: il giardino dove si coltivava l'insalata irrigata tramite l'ausilio di un pozzo, la stoà, sul cui tetto le donne collocavano i "giardini", e il "purgos", edificio rialzato dove era allestito, nella parte superiore, il θάλαμος e la finestra dove si affacciava la dea per annunciare la morte del giovane (παράκυπτοὒσα).
Note
cite-note-11. ↑ Clotilde Vesco, mw5wTarquinia, in Clotilde Vesco, mw6aCittà e necropoli dell'Etruria antica, p. 57.
cite-note-nota1-22. ↑ Touring Club Italiano, mwaqaGuida Rossa del Lazio, cap. I p. 182.
cite-note-33. ↑ mwaqqCanino.info - mwaquTarquinia, Gravisca
cite-note-nota2-44. ↑ mwarsmwarwmwar0Gravisca, su mwar4spazioinwind.libero.it.
cite-note-55. ↑ mwasiTito Livio, mwasmAb Urbe condita libri, XL, 29
cite-note-66. ↑ mwascClaudio Rutilio Namaziano, mwasgDe reditu suo, libro I da mwaskmwasoThe Latin Library.
cite-note-nota3-77. ↑ Touring Club Italiano, mwatqGuida Rossa del Lazio, cap. I p. 183.
Bibliografia
• Sabrina Boldrini e Concetta Masseria (a cura di), mwatgGravisca. Le ceramiche attiche a figure rosse, Edipuglia, 1999, ISBN 88-7228-145-8.
• Lucio Fiorini, mwatsGravisca. Scavi nel santuario greco. Topografia generale e storia del santuario, Edipuglia, 2005, ISBN 88-7228-440-6.
• mwat4Mario Torelli, mwat8Il santuario di Hera a Gravisca, 1971.